Uno splendido giorno una strega passeggiava nel bosco.
Siccome a lei piaceva tanto fare gli scherzi, decise di farne uno a un topolino che passava di li.
La strega voleva fare un incantesimo nuovo, volle provare a fare in modo che il topolino potesse diventare uno che faceva ridere.
E così fece.
Quando arrivò a casa, il topolino voleva bere, ma si accorse che la sua bottiglia non si apriva. Cercò in tutti i modi di aprirla ma il tappo era troppo resistente.
Alla fine, con uno sforzo, riuscì a stappare la bottiglia, ma il tappo gli andò nell'occhio. Lui non vedeva più niente e quando, barcollando per il colpo e con un solo occhio buono, uscì da casa, cascò in un secchio d'acqua rovinando poi a terra per uscirci.
La strega, che stava guardando, si mise a ridere e disse:
" Ah ah ah aaaaahh ora però sto esagerando!"
" Meglio annullare la maledizione!"
E il topolino poté vivere felice e tranquillo.
C'era una volta, una graziosa bimba di nome Nicole. Aveva gli occhi azzurri, i capelli biondi e lunghi che accarezzavano le spalle, come onde di mare poco mosse. Aveva circa dieci anni e viveva in una splendida villetta con il padre. La villa era molto grande, con un cancello in ferro decorato e due colonne di marmo, dove sulla cima c'erano le statue di due leoni seduti. Poi un incantevole giardino fiorito seguiva un sentiero che portava alla porta d'ingresso.
Il padre era un uomo serio e aveva un valore nella società, con capelli corti e baffi neri. Era molto affettuoso e affezionato a Nicole, perché aveva perso la madre da piccola e non ricordava nulla di lei, aveva solo un ritratto, che spesso osservava nel corridoio, dispersa nei suoi tristi pensieri. L'ammirava molto, perché era una bella donna e ne sentiva tanto la nostalgia. Purtroppo il padre era spesso in giro per lavoro e lei rimaneva con la balia e la servitù per la cura della casa.
La balia si occupava della sua istruzione e oltre ad istruirla, le dava lezioni di pianoforte con le quali lei sfiorando i tasti faceva vibrare dolci melodie e poi le dava lezioni di danza.
Una sera non riusciva a dormire e si sentiva sola, agitata e aveva più paura del solito. Aveva accanto il suo gattino come tutte le sere, ma non bastava così decise di uscire dalla stanza e andare a cercare qualcuno. Era buio, ma non accese la luce del corridoio, si prese un piccolo lumino e si avvicinò al quadro della mamma.
In giro non c'era nessuno e decise di osservare per qualche minuto il quadro, ricordando la sua dolce mamma, per farsi forza. Era una donna graziosa, bionda come lei e dagli occhi verdi, il viso delicato e un sorriso sincero. Aveva un piccolo ciondolo, che portava al collo di colore azzurro a forma di fiore.
Accanto al quadro, c'era una stanza, dove le era stato vietato di entrare, lei non osava neanche provare ad aprirla durante il giorno, perché sapeva che era chiusa a chiave. Era molto curiosa,
Secoli fa in una grande e bellissima isola viveva un cavaliere di nome Danel, uomo di straordinaria bellezza con capelli ricci e neri, una lunga treccia laterale che ricadeva sulle spalle, occhi blu, fisico possente. Egli era ammirato da tutti gli uomini e voluto da tutte le donne e per il rango che possedeva avrebbe fatto la fortuna di qualunque famiglia. Ma c'era una donna, una sola nel suo paese che neanche lo guardava, la bellissima figlia di un ceramista chiamata Helen, una ragazza con lunghi e ondulati capelli castani, occhi verdi, fisico snello e seducente. Rimasta presto orfana, viveva insieme ad un fratello maggiore molto geloso e protettivo, aveva imparato presto l'arte paterna e viveva umilmente ma dignitosamente del suo lavoro. Danel si era accorto della sua freddezza quando un giorno era venuto ad acquistare delle maioliche e non aveva visto in lei alcun fremito di femminile desiderio, quando invece per strada donne di tutte le età avrebbero desiderato solo parlargli. Ora il bel cavaliere era un tipo capriccioso e siccome Helen era l'unica ragazza non attratta da lui si era deciso a sedurla, così cominciò a frequentare assiduamente la sua bottega e poi a farle la corte in modo aperto e deciso, destando stupore e invidia. I genitori di lui lo criticarono aspramente, perchè secondo loro avrebbe dovuto aspirare all'amore di una nobildonna, ma quando il figlio mostrò loro la bravura magistrale delle porcellane e delle maioliche prodotte da Helen, nonchè la travolgente bellezza della ragazza si quietarono perchè dopotutto era una ragazza onesta, abile e bellissima e aveva perciò diritto ad un buon partito. Non passò molto tempo che Helen si fece coinvolgere dalle attenzioni del cavaliere e gli concesse la sua mano. Il di lei fratello però era molto sospettoso e non credeva che Danel amasse sinceramente la sorella perchè di solito i nobili sposavano i loro pari. Il re del paese aveva una figlia di nome Yamira, una principessa, come Danel molto
[continua a leggere...]Un giorno mentre era lì in loro compagnia, come al solito, vide apparire dal nulla una donna. Con una graziosa naturalezza si avvicinò a loro volando lentamente con le splendide ali di farfalla colorate. Aveva gli occhi azzurri e i capelli molto lunghi, che le coprivano tutto il corpo, anche se aveva un costume aderente e un corpo dalla forma perfetta. Sorrise e rimase sospesa nell'aria come un angelo, mentre Catherine sorpresa contraccambiava il sorriso salutandola. I folletti l'accolsero gioiosi e si alzarono saltando e facendo capriole per la gioia.
Loro la conoscevano, era la vera principessa dei folletti, quindi l'emozione delle emozioni, si presentò a Catherine e loro la chiamavano mamma. Il suo nome era Nett e diventarono subito amiche. Anche lei si posò sull'aiuola ed era felice nel vedere che i folletti avevano fatto amicizia con una ragazza sincera e gentile.
Parlarono un po' mentre i folletti giocavano, Nett le racconto che aveva dei poteri magici delicati e in una primavera di tanti anni fa, fece germogliare tanti fiori speciali, dai quali quando sbocciarono nacquero i folletti. Sono nati così e rimarranno per sempre della stessa età, anche se sono molto saggi e questo deriva dalla loro particolare magia, che io in parte gli ho donato, per questo mi chiamano mamma. Catherine ascoltò tutto con stupore e poi le raccontò la sua storia, ogni cosa che aveva vissuto, in un riassunto, ma soffermandosi al problema che la faceva soffrire molto. Lasciò cadere qualche lacrima e Nett allungò la mano sfiorando la sua.
Vedendola soffrire le disse di confidarsi, buttando fuori tutto il dolore, perché si sarebbe sentita meglio, così le raccontò come si era sciolta la tenerezza nel cuore di Daniel e di cosa aveva visto nei sotterranei, riferendosi alla zia. Nett aveva sentito il suo dispiacere e voleva aiutarla, così la consolò dicendole: -Vedrai che risolveremo tutto non preoccuparti. Lei le sorrise e la ringraziò, anche per i piccoli folletti, che
C'era una volta, in un paese lontano, lontano, lontano, lontano... ma proprio lontano, un bellissimo e incantevole principe... aveva profondi occhi bruni, uno sguardo penetrante, al contempo misterioso e affascinante... uno sguardo che istantaneamente poteva rapire e portare ai limiti tra il mondo esteriore e quello interiore. Una guizzante scintilla vitale come di colui che molto ha colto e che tutto è già stato, una guizzante scintilla vitale di colui che un mondo ha dentro. Un mondo fatto d'amore, di forza e coraggio, un mondo giusto dove tenacia, amorevolezza, misericordia e giustizia fluttuano in un perfetto equilibrio. A questo incantevole principe non erano però cose oscure nè la sofferenza nè la paura, ma l'apparente pesante fardello che si era scelto costituiva una delle sue più enormi fortune. Un giorno poi accadde che...
C'era una volta un'isola, una piccola isola che nessuno vedeva. Era molto timida ed era rimasta sotto il mare. Non proprio sprofondata negli abissi, ma giusto un po' sotto il pelo dell'acqua per non farsi vedere: una mezza dozzina di metri.
Era in una posizione favorevole, riusciva a non essere vista, ma vedeva il cielo pochi metri sopra di lei e vedeva il passaggio del mondo che viveva tra la superficie ed il suo suolo.
Poteva vedere pesci, delfini, polpi ed anche gli uccelli marini che si fiondavano sott'acqua per pochi secondi nel tentativo di ghermire le loro prede.
Vedeva anche le barche, perlomeno la parte sommersa delle stesse, dalle quali si affacciavano ad intermittenza degli strani esseri che non riusciva ad inquadrare bene per il riverbero dell'acqua, però vedeva bene le loro reti che penzolavano verso il suo suolo e nelle quali finivano i pesci ignari della loro presenza.
Insomma non c'era da annoiarsi, non era certo una vita movimentata, ma non c'era, a ben guardare, motivo di lamentarsene.
Non so cosa le prese, ma ad un certo punto della sua esistenza volle provare l'ignoto, tentare l'avventura, così la piccola isola decise di uscire dal mare e vedere l'aria: avrebbe lasciato il mondo che conosceva per cambiare elemento nel quale vivere, dall'acqua all'aria. Avrebbe visto gli uccelli in una visione nuova, con le ali ben spiegate, avrebbe goduto della vista di nuvole e sole e poi avrebbe conosciuto quegli strani esseri che si affacciavano dalle barche.
Sarebbero stati contenti, pensava, di avere un posto in mezzo al mare dove fermarsi, aveva visto quanto fosse per loro difficoltoso, una volta fuori dalle loro barche, adattarsi all'elemento liquido tanto che molti che erano caduti nel mare, non erano sopravvissuti per molto. Decisamente poco adatti, senza branchie come i pesci e neanche agili come i delfini.
Un giorno come gli altri si decise, prese tutte le sue forze e si innalzò verso la superficie: prima emersero le parti più alte poi le
C'era una volta, in un piccolo paesino di campagna, un innocente gattino di nome Titti, dal pelo corto di color bianco e nero, abbandonato alle grinfie di un mondo crudele. Era appena nato da una bellissima gatta, il cui padrone, proprietario di una gran fattoria, con molti animali, odiava i gatti. Aveva già intenzione di liberarsene da molto tempo, così senza dir nulla al figlio, che li aveva accolti con amore, decise di abbandonarli.
Una mattina, mentre il figlio era a scuola e c'era il cielo che piangeva al posto suo, il padre portò i gatti verso il centro del paese, senza pensare che fosse un posto pericoloso. La gatta, che si chiamava Milli, era preoccupata per il cucciolo, così gli disse di rimanerle vicino e stare attento, perché le persone e le auto erano pericolose. Intanto cercarono di trovare insieme un posto, dove rifugiarsi.
Attraversarono la strada per raggiungere un albero e ripararsi dalla pioggia, Milli controllò che non arrivassero auto, mentre Titti giocherellava tranquillo e non si rendeva conto della situazione, perché accanto alla mamma e vedendo un posto nuovo, era felice. Si avviarono, la mamma gli raccomandò di non staccarsi da lei, ma lui rimase indietro e quando arrivò un'auto all'improvviso Titti rimase bloccato. Milli cercò di proteggerlo, correndogli vicino e spostandolo, ma rimase gravemente ferita. Titti sentì un colpo al cuore, si avvicinò e vide che non si muoveva, così cercò di risvegliarla leccandole un po'il muso e chiamandola con tristi miagolate, ma si accorse che era tutto inutile, ormai aveva perso la vita.
Sentì formarsi in gola un po' d'angoscia che scivolò nel cuore, come un palloncino che si gonfia di paura, una forte emozione che aumentò sempre di più, fino a scoppiare in dolore profondo. Raggiunse l'albero da solo ed entrò nel buco per ripararsi, era impaurito e triste, ma si sdraiò e vide il mondo passare, finché non si addormentò.
Dopo un po' fu risvegliato da un delicato canto d'uccellini,
Questa sezione contiene favole e storie per bambini e adulti, racconti con morale e allegorie
Le favole sono dei racconti breve che trasmettono un insegnamento di carattere morale o didascalico. I protagonisti sono solitamente animali antropomorfizzati che rappresentano vizi e virtù degli uomini. La presenza di un intento morale le differenzia dalle fiabe - Approfondimenti su Wikipedia