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Quello che ho visto... racconto
Un cavallo un po' bianco, un po' marrone chiaro, bello, grosso e alto, è mio, insieme a tanto, tanto terreno da arare, da lavorare, il cavallo non ha aratro, non ha briglie, non ha sella, non ha niente da trainare, però lavora al mio comando, poi io ho in mano la frusta, e tanta, ma tanta preoccupazione, di non finire in tempo il lavoro perché rendesse il massimo di quello che la terra può dare, allora ho cominciato a frustare il cavallo, sento ancora adesso il fischio delle frustate sulla sua groppa, perché andasse più veloce, il grande animale ha resistito per un po', a tratti si gira come volesse supplicarmi di non picchiare più, ma io sono rimasto impassibile ed ho continuato il mio interesse, poi quando è arrivato sopra il colle e di li comincia la discesa, ha girato la testa, guardandomi con i suoi grandi occhi e con una specie di nitrito, quasi vuole dirmi: " Non c'è la faccio più", è crollato a terra. Io sono crollato con lui, ma per la disperazione, non per la fatica, preoccupato di non finire i lavori e perdendo così il massimo della resa, sono solo nella solitudine disperata. Ho alzato un po' lo sguardo, ho visto una specie di bosco ma non è un bosco, sembra il letto di un ruscello in secca ma non è un ruscello, guardo un poco più in alto, vedo un grosso bruco di colore rosa e bianco, salendo con lo sguardo il percorso immaginario dell'inesistente rio, vedo un altro bruco dello stesso colore ma più grande del primo, penso di trovarmi al circo nel bosco, all'improvviso mi sento in compagnia di altre persone che non vedo, ma io sono il Cicerone di quel luogo naturale, incantato, allora comincio a raccontare le meraviglie di quel posto, pensate, dicevo, basta passare vicino al bruco e chiedere un paio di mucche, ti saranno date, no non è una fiaba, perché qui finisce il mio lavoro da Cicerone io ho avuto le mucche per finire il lavoro nei campi, pensate sono così brave e ben ammaestrate che non c'è bisogno della mia presenza, i lavori li svolgono da sole.
È il tempo delle ferie ed al pronto soccorso manca il personale, io vado con tanta voglia di aiutare, ma non so fare niente, mi ha accolto un uomo e mi ha presentato al resto del personale dicendo lui è quello nuovo, tutti mi hanno accolto ed al pronto soccorso, che era diventata la sala gessi, il reparto ortopedico, o qualche altro reparto non so bene cos'era, di sicuro un ospedale, il lavoro scorreva bene e veloce e non si lamentava nessuno; io in lontananza tra i pazienti ho riconosciuto il mio amico Emidio fisioterapista, anche lui dipendente dell'ospedale, con la mano fasciata fino al gomito preoccupato gli vado incontro e chiedo" ma cosa ti è successo" con un sorriso Emidio mi spiega di essersi fatto male sul lavoro ed è passato per togliere la fasciatura, io annuisco ma dentro il mio cuore il dubbio: "come poi slogarti il polso mentre fai il massaggio?" Però rassicuro il mio amico aspetta un attimo ci sono prima le urgenze poi togliamo la tua fasciatura che forse era diventata gesso non so. Pensavo in cuor mio lui non è urgente forse neanche è slogato il suo polso, lo ha fatto per fare qualche giorno di riposo, quindi può aspettare (prima le urgenze) ho cominciato a girare ma ogni paziente ha il suo medico o forse il suo infermiere, non li so più distinguere, di urgenze non c'è ne, ho visto solo il mio amico che aspetta, be dico tra me, devo accontentarlo così se ne va ed ho cominciato a cercare le forbici per tagliare la fasciatura, ma quel luogo che all'inizio del mio lavoro è un piccolo pronto soccorso, ora è diventato immenso ed io non riesco a trovare un paio di forbici; ho pensato di chiedere ai colleghi ma il mio orgoglio risponde : "È troppo umiliante per uno come te, chiedere di una cosi banale sciocchezza". Poi uscito all'aperto vedo un cancello, poco più in la un altro fabbricato, sento dentro il cuore la certezza lo troverò lì, ho cercato invano poi la resa, non sono capace, cosa dirò ad Emidio? E si, lui mi ha sempre dato un aiuto in più, secondo le sue possibilità, ricordo quella volta che avevo un dolore alle spalle ed il medico mi aveva consigliato di fare ionoforesi, massaggi e qualcos'altro che non ricordo il nome, mi dovevo prenotare e c'era una lista lunga quattro mesi, ho parlato con lui e dopo pochi giorni ho iniziato la terapia, adesso che ha bisogno di me cosa gli dico? La vista del cancello chiuso mi riporta alla realtà, due uomini hanno già oltrepassato il cancello e camminano verso di me, poi ne vedo un altro dall'altra parte del cancello che cerca di scavalcarlo in un modo acrobatico; prendeva la rincorsa, un piccolo salto, appoggiava la testa quasi all'estremità superiore del cancello e cerca di catapultarsi dall'altra parte a modo di capriola, con il corpo a testa in giù arrivava in perpendicolare al cancello esistente e rimbalzava all'indietro come se ci fosse un altro cancello, sopra il primo, invisibile ai miei occhi, i due uomini che camminano verso di me si girano ad osservare "lo spettacolo" ridono e parlottando tra le risate dicono: "Non c'è la farà mai". Io sento un dolore forte dentro di me e vorrei rimproverarli, ma la scena che vedo in un attimo mi blocca, al centro del cancello, dove si uniscono le due ante, una catena chiusa da un lucchetto, la catena era un po' lunga e permetteva ad un'anta di aprirsi di una ventina di centimetri consentendo il passaggio della testa dello scavalcatore, pensai questa volta c'è la fa, ma con la velocità nello slancio per effettuare la capriola di catapulta il cancello si chiude ed il collo dell'uomo resta intrappolato tra le due ante, mi rimbomba nelle orecchie le risate degli uomini, sento nel cuore la voglia di sgridarli ma non ho tempo, devo soccorrere l'uomo intrappolato, questo è il mio unico pensiero.
Ecco una salita, sulla destra una discesa che conduce sotto i garage di un grande palazzo, c'è la neve ma non ho freddo, io sono in maniche corte, sulla strada asfaltata il passaggio di una macchina ha formato due solchi profondi una spanna, sembrano i binari del treno, si vede al centro e sul ciglio della strada il bianco candido della neve, il nero dell'asfalto sui solchi, è quasi sera io preoccupato mi domando: "Come faranno domattina ad andare a lavorare gli abitanti di quassù"? Sento subito la risposta, anche se il mio è solo un pensiero e sono solo, la voce è dolce, sicura, fiduciosa, noi domani possiamo camminare, qui è cosi; io guido la macchina, la neve non c'è più, non so il modello, la strada è comoda non più in salita, vado sicuro per la mia strada, ora sto attraversando un bosco, subito dopo arriva una piccola discesa, in lontananza si intravede un casolare con una grande aia, alcuni arbusti di giovani querce copre la vista del panorama, la strada si restringe, non è più comoda manca l'asfalto, ci sono alcune pozzanghere, sono finito sull'aia ricoperta da cataste di legna, da fascine sparse, la strada si stringe, è chiusa dalle fascine non riesco a passare; io mi arrabbio dico sbraitando : " Non si può occupare il suolo pubblico per i propri comodi ". Sulla mia sinistra vedo l'inizio di un grande lago, io alla guida, non più della macchina, ma di un motocoltivatore sono sull'argine del lago vicinissimo all'acqua, alla mia destra e di fronte una salita, in obliquo molto sassosa, impossibile salire con il mio mezzo di trasporto mi sarei ribaltato, alla mia sinistra il lago, più in la intravedo un piccolo passaggio sotto una roccia... troppo stretto per permettere il passaggio del motocoltivatore, guardo attentamente, il lato destro del mezzo può starci in quel piccolo viottolo, per il lato sinistro penso tra me, la acque sono limpide, chiare, si vede il fondo sassoso, io fiducioso mi do coraggio, dai c'è la farai a passare.
Poi Cellino, il paese della mia giovinezza, non ho capito bene se sono i preparativi di una festa o si deve costruire qualcosa, ma intanto dirigo i lavori, leggo i disegni che qualcuno ha fatto, comando persone che non vedo, ma eseguono i miei comandi, costruiamo una biblioteca grandissima, i libri sono dei puzzle, tanto sono grandi, adesso mi trovo all'inizio di via Duca Degli Abruzzi, alle mie spalle il campanile poi la chiesa, con alcuni disegni in mano, mi dicono devi smontare tutto, penso nel mio cuore, ma tanto è un puzzle... faccio subito, centinaia di persone, che vedo ma non conosco, mi aiutano nel lavoro che sembra non finire mai, alzo lo sguardo, lungo la stessa via, vedo una giostra ma non lo è, mi dicono: " È una macchina per tostare il caffè, stanno facendo vedere come funziona, però attenti a non toccare la macchina in movimento si romperà". Mi avvicino ci sono dei bambini, nella loro semplicità toccano l'attrezzo che gira su se stesso, in senso antiorario a bassissima velocità, la macchina ha la forma di una torta con un pezzo mancante, già mangiato, come farà a funzionare se ci manca un pezzo mi chiedo, una donna è li, vicino al taglio del pezzo mancante da dove avanza un piccolo perno che lei afferra e la macchina smette di girare, dicono è rotta non si doveva toccare... il mio cuore esprime un disprezzo: " "CRETINA" per colpa tua io non posso vedere il funzionamento di questo attrezzo". In una notte di due ore di sonno e tre ore di scritto, con il cuore pieno di gioia, finisce qui il sogno... o la mia realtà...
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